La storia del vino

Le origini del vino, una storia lunga milioni di anni

Quando sorseggiamo un buon calice di vino e ammiriamo la bellezza di un paesaggio viticolo, spesso non pensiamo alla storia del vino. Ci sfugge il fatto che stiamo osservando qualcosa che ha una storia di milioni di anni. La storia del vino infatti inizia dalla Preistoria, passa per le popolazioni della Mesopotamia, e arriva fino a noi, attraversando epoche, popolazioni e culture diverse.

La vite come noi la conosciamo oggi: la Vitis vinifera e la storia del vino

La storia del vino parte dalla sua materia prima, l’uva, e dalla pianta che la produce, la vite. 

La vite è una pianta straordinaria, capace di adattarsi ai climi più vari. La sua coltivazione è infatti possibile in una vasta area del nostro pianeta, che va dai 30° ai 50° di latitudine nord e sud. Le prime testimonianze archeologiche dell’esistenza di piante del genere Vitis si datano nel Paleocene, circa 65 milioni di anni fa. 

 

La vite da vino che conosciamo noi oggi, ovvero la Vitis vinifera è il prodotto di una domesticazione durata migliaia di anni, da parte delle popolazioni preistoriche, che trovarono le prime bacche di cui cibarsi nei boschi e nelle radure. Una prima tipologia di coltivazione si sviluppò solo nel Neolitico quando l’uomo smise di essere cacciatore e raccoglitore nomade e iniziò a stabilirsi in villaggi. Come in ogni insediamento è corretto immaginare la presenza di una sorta di discarica in cui venivano gettati scarti alimentari e altro materiale. In questi immondezzai ricchi di composti e sostanze organiche era molto facile che i semi contenuti negli scarti di cibo germogliassero, dando origine a piantine. 

La storia del vino e la vite selvatica

La vite selvatica era “dioica” ovvero con fiori maschili e fiori femminili su piante distinte.  Intuitivamente l’uomo selezionò per prime le piantine in grado di dare grappolini, ovvero quelle femminili. Solo successivamente le piante con fiori ermafroditi vennero protette e coltivate con cura, perché potevano garantire sempre una produzione di frutto, anche in assenza di piante maschili nelle vicinanze, altrimenti necessarie per la fecondazione dei fiori.

 

Questo processo di domesticazione e selezione delle piante più produttive durò per diverse migliaia di anni fino a portare allo sviluppo delle prime zone viticole intorno al 5000 a.C. nella Mesopotamia.

La Mesopotamia e l’Egitto

Dal 3000 a.C. si hanno testimonianze certe della coltivazione della vite da parte dei Sumeri nella Mesopotamia meridionale, in particolare in piccoli vigneti irrigati all’interno di complessi templari. La maggior parte del vino proveniva tuttavia dalle zone vicine alla catena dei monti Zagros, nell’Iran occidentale, dove la viticoltura era favorita dalla maggior altitudine.

È curioso notare come già in epoche così antiche fosse noto che dalle zone montuose e collinari avesse origine un prodotto dalle caratteristiche qualitative migliori. 

La viticoltura si diffuse poi nel sud-ovest asiatico e nel Mediterraneo Orientale, fino a coinvolgere l’Egitto, ricchissimo di documenti iconografici relativi alla viticoltura, che forniscono numerose indicazioni sulle pratiche agronomiche ed enologiche del tempo.

La coltivazione della vite e la lavorazione dell'uva

La vite era coltivata in pergolati, sempre dotati di irrigazione a causa del clima caldo e secco. La pigiatura veniva fatta con i piedi in grandi contenitori, dotati di corde a cui gli uomini potevano aggrapparsi durante questa faticosa operazione. Una volta conclusa la fermentazione, le bucce erano poste in una busta di tela attaccata a due corde.

 Quest’ultime venivano fatte girare per strizzare il succo rimasto, in una sorta di pressa primordiale, ma sicuramente molto efficace.

L’industria vitivinicola romana

Il viaggio e la diffusione della viticoltura continuarono fino a raggiungere le coste più occidentali del Mediterraneo. In Grecia iniziò la produzione di vini che diverranno particolarmente famosi e apprezzati in età imperiale presso i Romani. Con la fondazione di colonie nella parte occidentale del Mediterraneo intorno al VIII secolo a.C. si aprirono nuove rotte commerciali per i prodotti greci. Anfore ioniche sono state ritrovate in Francia, indicando che la diffusione del vino raggiungeva già l’area della valle della Saône e del Giura. Lo sviluppo e il consolidamento delle colonie italiche favorì l’installazione di nuovi vigneti e il conseguente commercio del prodotto. Questo fu poi esportato e diffuso a nord, fino in Gallia.

 

La Repubblica romana si ritrovò quindi, con l’ampliarsi del proprio dominio, con un patrimonio vinicolo vastissimo e molto variegato, come descriverà poi Plinio nella Naturalis Historia, il primo trattato di ampelografia della storia, la scienza che studia e classifica le diverse varietà di vite. 

La viticoltura nella villa romana

A partire dal II secolo a.C. la coltivazione dell’uva da vino assunse i connotati di una vera e propria industria, soprattutto grazie alle numerose conoscenze tecniche, testimoniate nei molti trattati di agricoltura e proto-enologia del tempo. La villa romana si articolava infatti come una azienda agricola.

Era strutturata per un’agricoltura di tipo intensivo: i territori erano dell’ordine delle centinaia di ettari, dislocati in varie zone dell’Impero, e coltivati da eserciti di schiavi e braccianti, motivo per cui il rapporto costi-ricavi non era da trascurare. Inoltre, queste prime aziende vitivinicole erano specializzate nel commerciare i loro prodotti all’estero. Questo è testimoniato dai ritrovamenti archeologici di anfore di forma diversa a seconda della provenienza del prodotto, una sorta di primo riconoscimento di denominazione per evitare contraffazioni. 

Dal numero di anfore ritrovate si ipotizza un flusso commerciale di 100.000 ettolitri di vino l’anno, in evidente crescita vista la progressiva adozione di anfore di capacità maggiore. La crescita della domanda è da ricercare nella grande ricchezza dell’impero in seguito alle conquiste orientali, e soprattutto ad un importante aumento demografico, con conseguente richiesta maggiore di vino, come attesta la grande concentrazione di osterie a Pompei, Ostia ed Ercolano.

L'industria vitivinicola

Un’industria così fiorente da dover subire ad un certo punto un controllo di tipo statale. Nel 92 d.C. infatti la superproduzione dell’industria vitivinicola romana costrinse l’Imperatore Domiziano ad emanare in uno specifico editto. Questo  impediva l’impianto di nuovi vigneti in Italia e obbligava alla distruzione di una parte nel resto delle Province. Anche nei secoli successivi vennero emanati ulteriori decreti. per regolamentare il comparto vitivinicolo, volti al controllo delle speculazioni dei prezzi. Per esempio, nel 301 l’Imperatore Diocleziano fu costretto proprio a limitare il prezzo del vino e di altri prodotti alimentari, a ulteriore testimonianza del vero e proprio business internazionale che era il vino nell’età imperiale.

 

Dall’età imperiale romana fino al nostro calice di vino, il mondo vitivinicolo ha attraversato moltissimi altri secoli, pieni di trasformazioni politiche, tecniche e culturali: dal Medioevo fino alla recente espansione nei Paesi del Nuovo Mondo. Una storia che dura milioni di anni e che continua ancora oggi, dando sempre più ricchezza a questo incredibile prodotto.

RTD wine-based

RTD wine-based: l’opportunità che le cantine non possono ignorare

Immagina di essere a un festival estivo. Nessuno sta stappando una bottiglia di vino. Eppure tutti stanno bevendo qualcosa di fresco, immediato, scelto in tre secondi davanti a un frigo. Quello che hanno in mano è spesso un RTD wine-based — e quasi nessun produttore italiano lo sa ancora. Questo articolo spiega cosa sta succedendo, perché sta succedendo adesso, e cosa significa per chi fa vino in Italia. Perché questa categoria cresce così velocemente Tutto inizia da un paradosso. Il vino perde volumi. Ma le bevande nate dal vino crescono a un ritmo che quasi nessun altro segmento può vantare. Perché? Le nuove generazioni non hanno smesso di apprezzare il gusto del vino. Hanno semplicemente smesso di accettare il formato. Una bottiglia da 75cl richiede un bicchiere, un’occasione, un contesto. Un formato single-serve da 275 ml si apre, si beve, si porta ovunque. Inoltre, dal punto di vista fiscale, le bevande base vino godono di un vantaggio strutturale: nell’Unione Europea il vino fermo ha accisa zero. Quindi chi produce parte già con margini superiori rispetto agli spirit-based. I numeri che ogni produttore dovrebbe conoscere Negli USA il segmento cresce del +29,3% annuo. Rappresenta già quasi il 10% del vino fermo nel retail statunitense. In Germania le bevande ready-to-drink base vino sono diventate la categoria più consumata tra tutte le varianti RTD — in un mercato da 2,25 miliardi di dollari che raddoppierà entro il 2035. In Giappone, il segmento raggiungerà i 12 miliardi di dollari entro il 2032. Nel frattempo, in Italia la categoria spirits segna -8,5% rispetto al 2019. Chi aspetta che i numeri italiani si riprendano da soli rischia di perdere la finestra giusta. Come costruire un prodotto che conquista davvero Un wine RTD che funziona non nasce da una buona idea. Nasce da scelte tecniche precise. Il profilo gustativo deve essere immediato: agrumi, frutti rossi, note tropicali. La dolcezza va calibrata con cura — troppo zucchero satura il consumatore dopo il primo sorso. Il finale deve essere secco, per invitare al sorso successivo. Anche la distribuzione non è un dettaglio secondario. I canali giusti per una bevanda pronta al consumo base vino sono convenience, festival, beach store e GDO refrigerata. Entrare nel canale sbagliato significa bruciare il prodotto prima ancora che il mercato lo conosca. Quello che una cantina italiana può fare adesso Molte cantine guardano questo mercato da lontano, convinte che serva una struttura produttiva dedicata. Non è così. The Spiritual Machine ha già sviluppato oltre 400 ricette validate e prodotto più di 250.000 bottiglie per cantine di ogni dimensione. Il processo è completo: dalla ricetta alla compliance, dalla produzione alla distribuzione. Tu porti il vino e la visione del prodotto. Noi traduciamo tutto in qualcosa che funziona sullo scaffale e nel bicchiere. Scopri i prodotti a base vino già sviluppati: https://thespiritualmachine.com/prodotti-a-base-vino/ Il mercato non aspetta. I vantaggi fiscali ci sono. I consumatori ci sono. La tecnologia produttiva c’è. Quello che manca, in molti casi, è solo il primo passo. Vuoi capire quanto può rendere concretamente una produzione a base vino? Calcolalo adesso: https://campaign.thespiritualmachine.com/calcola-revenue-vermouth/ Domande frequenti Cosa sono gli RTD wine-based e perché se ne parla così tanto? Sono bevande alcoliche pronte al consumo che usano il vino come base invece dell’alcol neutro. Crescono perché rispondono a un bisogno reale: praticità, portabilità, immediatezza. E rispetto agli spirit-based godono di trattamenti fiscali più favorevoli — il che significa margini più alti per chi li produce. Perché il mercato cresce così velocemente proprio adesso? Perché le abitudini di consumo sono cambiate strutturalmente, non temporaneamente. I contesti di consumo si sono moltiplicati — festival, spiagge, aperitivi informali — e il vino tradizionale non riesce a presidiare questi momenti. Le bevande pronte al consumo base vino sì. Una cantina italiana può entrare in questo mercato senza investire in nuovi impianti? Sì. The Spiritual Machine gestisce l’intero processo operativo. Le cantine che lavorano con noi non affrontano investimenti in strutture o competenze interne. Portano il vino e la direzione del prodotto. Il resto lo costruiamo insieme. Post Views: 3

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Un progetto davvero… ficu!

Cosa facciamo di mestiere noi di TSM? Si può dire che realizziamo sogni. Troppo smielato? Senti qui. Ricordi la Competition Crea il Tuo Spirito? Come sai, la nostra Competition Crea il Tuo Spirito nasce per permettere a qualsiasi creativo, sognatore, appassionato di Spirit di trasformare il suo sogno in realtà, di realizzare un prodotto assolutamente unico e innovativo a partire da un’idea.  L’edizione 2022 della Competition si è conclusa, e stiamo ora lavorando all’edizione 2023. Il primo Spirit Crowdfunding Ma torniamo a noi. Quest’anno abbiamo aiutato un finalista della nostra Competition (che non si è classificato al primo posto ma ha comunque dimostrato competenze, creatività ed estrema motivazione) a realizzare il suo progetto. E con questo progetto abbiamo ufficialmente inaugurato un servizio unico: il primissimo Spirit Crowdfunding! La storia di Gianluca Parisi Il protagonista di questa avventura si chiama Gianluca Parisi ed è un bartender siciliano che si è classificato al secondo posto nella nostra Competition proponendo un gin al fico d’India, un gin tutto siciliano. L’ha chiamato U’ FICU. Gianluca era partito da un’idea generale, un piccolo diamante grezzo che grazie al team di consulenti ed esperti di TSM e dei membri della giuria della Competition (professionisti di Marketing, Business Development, Distribuzione e Graphic Design) è riuscito a trasformare in una concreta idea di business. La pre-vendita: un trionfo La Competition sforna storie di successo, come era accaduto al primissimo vincitore. Il primo classificato della prima edizione della Competition, infatti, dopo essersi aggiudicato una prima produzione gratuita di 100 pezzi, ha ora avviato una produzione di 4 mila bottiglie. E ci siamo detti che Gianluca, secondo classificato di quest’anno, con la sua passione e la sua energia, meritava fiducia! Per questo abbiamo voluto far partire il primo progetto di Spirit Crowdfunding ospitato nel nostro Shop online, per dare la possibilità a Gianluca di autofinanziare la produzione di U’ FICU.  Il goal della campagna? Pre-vendere 100 bottiglie di U’ FICU per finanziarne la produzione e portare il gin di Gianluca nei bar di tutta la Sicilia, e poi d’Italia! È stato un trionfo! In pochissimi giorni Gianluca aveva già venduto oltre la metà delle bottiglie necessarie a iniziare la produzione, ed ha raggiunto (e superato!) il target delle 100 bottiglie nel mese successivo.  La sua campagna di Crowdfunding, che ha visto coinvolti non solo i contatti di Gianluca, ma anche il nostro network composto dagli Infusionist di The Spiritual Machine e dai Botanici, i nostri investitori, si è chiusa con successo. Oltre 100 persone hanno pre-acquistato U’ FICU, che è ora in fase di produzione. È questo il futuro? E se ogni creativo del mondo Spirit avesse la possibilità di pre-vendere un prodotto da lui ideato attraverso la nostra piattaforma di Spirit Crowdfunding? Non sarebbe un mondo bellissimo? Siamo qui per questo, per realizzare mondi bellissimi. Aggiornamenti su questo fronte a breve, stay tuned, come al solito, e partecipa alla prossima edizione della Competition Crea il Tuo Spirito. Ti aiutiamo a definire un’idea di business e a spiccare il volo! Stiamo facendo la rivoluzione del mondo dei Craft Spirits, una bottiglia alla volta. Post Views: 334

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bar convent berlin

Siamo stati al BNC, la fiera più importante nel settore Spirit… wunderbar!

Quando in un posto lasci il cuore, è difficile non tornare. Quasi irresistibile… e in effetti c’eravamo anche quest’anno! Cos’è il BCB? Il Bar Convent Berlin, organizzata all’interno del centro espositivo Messe nella capitale tedesca, è la principale fiera internazionale per l’industria del bar e delle bevande in Europa.  Tutti i maggiori attori, visitatori ed espositori che operano nel settore Beverage si riuniscono ogni anno in questa fiera per prendere nuovi contatti, conoscere le ultime innovazioni in fatto di prodotto e partecipare a seminari per approfondire le loro competenze. Noi c’eravamo Dal canto nostro, abbiamo formato una squadra di coraggiose, capitanata da Elisa, che è partita all’alba in auto da Torino alla volta di Berlino, carica (e no, non solo in senso metaforico… le bottiglie in auto erano tante!) per un lungo e avventuroso viaggio verso il mitico BCB. Come abbiamo ritrovato la fiera? Prima della pandemia questo evento era davvero  gigantesco, lo scorso anno invece, alla ripresa post-pandemia, era stato davvero micro… quest’anno sta ritornando al suo antico splendore! Tutti i grandissimi nomi del settore erano lì, assieme a tante micro distillerie, brand di liquori artigianali, bartender di tutto il mondo, campioni di Mixology, giornalisti, importatori e distributori. E naturalmente The Spiritual Machine! Qualcuno ha detto Vermouth? Abbiamo avuto la possibilità di partecipare al BCB con un piccolo (ma ben fornito!) stand espositivo grazie al CEI Piemonte. Feedback? Il principale è: quanta domanda di vermouth! Tantissime persone di tutto il mondo si sono fermate al nostro stand incuriosite dalle bottiglie, soprattutto da quelle di vermouth. Ne abbiamo fatti assaggiare tanti e sono stati davvero apprezzati! La versatilità di questo prodotto, che può essere utilizzato sia in Mixology dai top bar che sono sempre alla ricerca di nuovi spiriti da miscelare, sia come un aperitivo o un dopocena, ha decretato il grande successo riscosso di fronte agli assaggiatori del BCB. I contatti che abbiamo preso sono sicuramente moltissimi, alcuni di questi davvero interessanti… e ora sono work in progress! Speriamo di aprire tanti nuovi progetti a breve. Stay tuned Insomma, il BCB è un po’ la nostra casa e non potevamo perdercelo quest’anno. Dove c’è innovazione nell’industria del Beverage ci siamo anche noi, a mettere un’altra bandierina nella nostra missione spaziale di rivoluzionare il mondo dei Craft Spirits, una botanical alla volta. In foto il nostro co-founder Mat che ci manda un cuoricino dallo stand di TSM. Post Views: 444

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Gian the Gin arriva a Milano, e nei “Gian Tonic” di tutti gli ospiti!

Il 6 ottobre, nella meravigliosa cornice del bar Bulk, un Mixology & Food Bar a Milano, i co-founder di The Spiritual Machine Matteo Fornaca ed Elisa Cravero hanno partecipato a un evento che ha incantato il capoluogo lombardo e profumato i suoi ospiti con note di bergamotto. Gian the GIN Di quale evento stiamo parlando? Del lancio di “Gian the Gin”, il gin artigianale dello chef stellato Giancarlo Morelli. È stata davvero una grande serata: voci indiscrete raccontano che un “Gian Tonic” così non si era mai bevuto! Oltre alla felicità per uno splendido e riuscitissimo evento, quello che ci ha resi parecchio orgogliosi è che lo chef Morelli abbia scelto di realizzare con noi, The Spiritual Machine, un progetto che sognava da ben 15 anni. Gian the Gin è infatti il frutto della collaborazione tra Morelli e il team di The Spiritual Machine. Il prodotto Lavorare al fianco dello chef è stato fantastico: idee chiarissime da subito, un prodotto incredibile in testa… e subito dopo i primi test abbiamo trovato il “Gian”, fresco ed elegante, appositamente studiato per sposarsi con un’acqua tonica di qualità e una nuvola di essenza di bergamotto. Ma cos’è il Gian Tonic, il drink che ha animato l’evento e inebriato gli ospiti della serata del 6 ottobre? Un Gin & Tonic realizzato con Gian the Gin! Logico, no? Il Gian Tonic nasce da un mio viaggio all’estero fatto circa 12 anni fa. Conoscevo il gin tonic classico ma desideravo dare alla ricetta originale una spinta in più, un tocco che lo rendesse, almeno al mio palato, più accattivante. Dopo varie prove trovai quello che per me era l’equilibrio perfetto e, in un momento di spensieratezza e condivisione con alcuni dei miei ragazzi, arrivò l’idea di dargli un nome che lo rendesse ancora più “mio”, da qui il nome Gian Tonic. Gin, ginepro, scorza di lime, Schweppes Tonica Premium e bergamotto. Il rito di preparazione? Ovviamente, è top secret! Giancarlo Morelli Un partner eccezionale L’evento lancio di Milano è stato il coronamento del nostro progetto di collaborazione, una grande, grandissima storia di successo di un creativo e talentuoso chef e imprenditore che ha desiderato fortemente un’idea di prodotto e cercava solo le persone giuste al cui fianco realizzarlo. Qualche parola in più su Giancarlo Morelli. Da enfant prodige a Chef pluripremiato a imprenditore accorto e gentile: una passione lunga una vita, quattro ristoranti e numerosi riconoscimenti nell’alta cucina  internazionale. Nella sua cucina, elegante e schietta, convergono tradizione, ricerca e convivialità. Da sempre rispettosa della natura e senza sprechi. Quale migliore partner in crime, per il team di The Spiritual Machine, per fare squadra e realizzare uno Spirito unico e innovativo con botaniche naturali e selezionate? Stay tuned Le parole che preferiamo utilizzare quando raccontiamo il nostro core business sono: Mettiamo la tua idea in bottiglia. E non solo: ci prendiamo cura della tua idea, la custodiamo, la industrializziamo e cerchiamo di farla diventare un progetto vincente, un caso di successo. Proprio come Gian the Gin. Di nuovi progetti in cantiere ce ne sono tanti. Non vediamo l’ora di raccontarvi il prossimo. Stay tuned! Post Views: 313

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Gin personalizzato - The Spiritual Machine

Gin personalizzato: 5 domande da farsi prima di creare il proprio

Creare il proprio Gin personalizzato è un viaggio, e come tutti i viaggi ha alcune tappe preparatorie indispensabili per la sua buona riuscita. Abbiamo riassunto per voi alcune domande da porsi prima di intraprendere questo bellissimo (e non facile) percorso… #1 Che tipo di gin voglio creare? Non è una domanda banale da porsi all’inizio di un progetto di gin personalizzato. Si può decidere di creare un prodotto che rientri semplicemente nella categoria gin. Ovvero un distillato con un aroma preponderante di ginepro e una gradazione minima di 37,5% vol/vol.   Oppure ci si può lanciare su un dry gin, se si vuole avere un prodotto secco e tagliente. E poi ancora London dry gin, gin liqueur…ma anche un botanical spirits se non si vuole per forza avere la marcata connotazione aromatica del ginepro. #2 Quale tipo di alcool base e ginepro vorrei utilizzare? Chi si approccia alla creazione di un distillato personalizzato deve partire per forza da una base alcolica di altissima qualità. L’alcool di origine agricola può per definizione provenire dalla distillazione di moltissime materie prime vegetali diverse. Ciascuna porta un’impronta sul prodotto finale.   Un esempio? L’alcool ottenuto da cereali ha un sapore molto più delicato e neutro rispetto al distillato di vinaccia che apporta esteri aromatici più caratteristici. Se parliamo poi di un gin non si può prescindere dal ginepro, il cui aroma deve essere ricco, balsamico e marcato. Senza eccedere in note che possano ricordare un solvente. La nostra Juniper Essence è il perfetto equilibrio fra balsamico e resinoso. Risulta ideale per qualunque tipologia di gin si voglia creare.   #3 Cosa racconta il mio gin? La storia dietro un gin è parte del prodotto stesso. Racconta di un territorio locale? come può essere un gin alle erbe di montagna, oppure racconta un viaggio in un paese lontano, con spezie esotiche e avvolgenti? Questa storia come si può esprimere in un cocktail? In quali occasioni si immagina il consumo? Sono tutte domande fondamentali per la buona riuscita di un gin personalizzato, e soprattutto per quella che sarà poi la sua distribuzione sul mercato. #4 Quali botaniche voglio usare? Un buon gin ha un’ossatura robusta fatta di ginepro, a cui seguono le parti agrumate, speziate e floreali per dare equilibrio e bilanciamento. Su questa base solida si può scatenare la fantasia aggiungendo distillati di piante aromatiche che possano essere la nota caratteristica e la firma del proprio prodotto. Il tutto in coerenza con la domanda precedente, ovviamente… #5 Come si presenterà il mio gin? Il packaging è la prima cosa che noterà un consumatore, capace di catturare l’attenzione e far intuire come sarà il gin al suo interno. Non parliamo solo dell’etichetta, ma anche della bottiglia, del tappo e della capsula, spesso molto sottovalutate. Una bottiglia in vetro stile farmaceutica è ben diversa da una affusolata e longilinea. Inoltre, il packaging che si è pensato è funzionale all’uso che si immagina del proprio prodotto? Un barman può agevolmente inserire un metal pour per la preparazione dei drink?   Il diavolo sta nei dettagli si dice, e sono dettagli che fanno la differenza tra un prodotto improvvisato e uno di successo.  Una volta che avrai le idee chiare sul tuo prodotto non ti resta altro che trovare un partner in grado di trasformare la tua idea in qualcosa di concreto.   Il team di The Spiritual Machine può aiutarti in ogni step, dalla scelta degli ingredienti fino alla definizione del packaging.   Prenota ora la tua consulenza. Post Views: 491

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5 cose sui Bitter - the spiritual machine

5 cose sui Bitter che non sapevi

I Bitter sono prodotti imprescindibili nella miscelazione. Con il loro gusto amaro e persistente sono la signature e la spalla di moltissimi cocktails. Ecco alcune cose che forse vi stupiranno sulla storia, sugli ingredienti e sul loro uso.. #1 Bitter o Amaro? Questo è il problema! Che differenza c’è fra un Amaro e un Bitter? La risposta “legale” è: nessuna! Infatti secondo il regolamento europeo sono la stessa cosa. Ovvero bevande dal gusto prevalentemente amaro, con una gradazione di almeno 15% vol/vol.   Il loro uso tuttavia è decisamente diverso. I Bitter sono ingredienti fondamentali nella miscelazione, grazie al loro apporto amaricante marcato. Gli amari invece sono destinati al consumo liscio, più dolci nelle loro ricette e quindi ideali per il fine pasto. #2 Rosso Carminio: il colore vibrante estratto dagli insetti Un altro elemento che caratterizza i Bitter è il colore rosso acceso (o anche arancione). La scelta di questo colore nasce come stimolante visivo per accentuare l’effetto tonico e eccitante di questi prodotti alcolici. La cosa curiosa è che fino a pochi decenni fa il colore rosso Carminio veniva estratto dalla cocciniglia Dactylopius coccus, piccolo insetto che vive sulle pale dei fichi d’India. Per ottenere un solo chilo di colorante occorrono più di 100.000 insetti. Oltre che un costo esorbitante, il colorante non risponde alle esigenze del mercato vegetariano/vegano. Questo è il motivo per cui oggi il colore rosso utilizzato è esclusivamente di sintesi. #3 Bitter come medicinali La storia dei Bitter è, come per gli Amari, legata alla farmacopea tradizionale. Infusioni di radici amare, insieme a piante aromatiche, avevano la funzione di elisir e rimedi contro le più disparate patologie. Le sostanze amare hanno come primo beneficio quello di aiutare la digestione, favorendo la secrezione di succhi gastrici nello stomaco, insieme a molteplici proprietà scoperte nei secoli da alchimisti, monaci e scienziati. #4 Formato degli Aromatic Bitter Gli Aromatic Bitter sono Bitter la cui ricetta è arricchita di piante aromatiche come chiodi di garofano, cannella, noce moscata e agrumi. E’ curioso notare come questi siano contenuti in bottigliette di piccole dimensioni, talvolta anche con un contagocce dosatore. Sono infatti prodotti estremamente concentrati che vengono utilizzati in miscelazione in piccolissime quantità come correttivi e aromatizzanti dei cocktail, è il caso dell’Angostura per esempio.   Prima di diventare parte integrante della mixology, i Bitter aromatici erano venduti nelle farmacie come medicinali, spesso con una posologia ridotta proprio per la loro concentrazione di principio attivo e di alcool…un retaggio che rimane ancora oggi nei piccoli formati di questi prodotti. #5 Bitter non solo cocktail I Bitter possono trovare spazio anche nella cucina e non solo dietro al bancone di un cocktail bar. La loro carica amara e aromatica ben si presta ad arricchire ricette a base grassa, come per esempio salse con panna o formaggi. Si può anche pensare di usare qualche goccia di Aromatic Bitter nella marinatura di una ricca bistecca, per dare una marcia in più sulla griglia. Il gusto amaro inoltre può spezzare ed esaltare la dolcezza di un dolce al cucchiaio, come una crema pasticciera. Prenota una chiamata dal nostro calendario e scopri tutti i segreti del Bitter perfetto. Post Views: 672

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